XII COMMISSIONE
AFFARI SOCIALI

INDAGINE CONOSCITIVA


Seduta di marted́ 13 giugno 2000


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La seduta comincia alle 10.40.

(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).

Audizione di rappresentanti del CNR - progetto finalizzato biotecnologie e biostrumentazione, del Centro biotecnologie avanzate di Genova, dei professori Gianni Tamino e Marcello Buiatti.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla sicurezza alimentare, l'audizione di rappresentanti del CNR - progetto finalizzato biotecnologie e biostrumentazione, del Centro biotecnologie avanzate di Genova, dei professori Gianni Tamino e Marcello Buiatti. Ringrazio innanzitutto i nostri ospiti a nome della Commissione per aver accolto il nostro invito. Siamo ormai giunti quasi al termine di questa indagine, che è stata promossa dalla Commissione affari sociali circa un anno fa per affrontare la questione della sicurezza alimentare in relazione ad una serie di problematiche che sono emerse negli ultimi anni in Italia come in altri paesi. Abbiamo già svolto diverse audizioni nelle quali abbiamo ascoltato innanzitutto il ministro della sanità ed altri soggetti politici, svariati tecnici, come i rappresentanti dell'Istituto superiore di sanità, rappresentanti di associazioni di tutela dei consumatori e una serie numerosa di altri soggetti che non sto qui ad elencare. Oggi abbiamo qui con noi esperti del settore con i quali vogliamo affrontare in particolare la tematica degli organismi geneticamente modificati.
Noi normalmente procediamo dando innanzitutto la parola ai nostri ospiti, dopo di che intervengono i colleghi che intendano rivolgere domande e infine si passa alle eventuali repliche. Do la parola ai nostri ospiti.

GIUSEPPE ROTILIO, Componente del Consiglio direttivo del CNR di Roma. In alcuni paesi del mondo, per la precisione Stati Uniti e Cina, gli organismi geneticamente modificati sono stati introdotti nel mercato dopo una serie di ricerche che ne hanno consigliato l'adozione. Ciò ha comportato l'inizio della commercializzazione di tali prodotti ed una serie di reazioni. Sotto il profilo della ricerca occorre distinguere i problemi per la salute umana dai problemi per l'ambiente: una differenza che anche i consumatori percepiscono nettamente.
I problemi per la salute umana non sono stati finora identificati, soprattutto dopo che il metodo iniziale con il quale la Ciba-Geigy ha introdotto il mais transgenico è stato modificato. Tale metodo implicava nel trasferimento del DNA batterico, che conferiva al mais resistenza ad alcuni parassiti, l'utilizzo di un marcatore che si accompagnava a resistenza agli antibiotici; tale resistenza poteva essere trasferita ai consumatori. Nel caso dell'uomo italiano la percentuale di possibilità che tale trasferimento avvenisse era molto bassa perché non consumiamo grandi quantità di mais, ed il vero problema era quello dei mangimi. La continuità dell'alimentazione animale, accompagnata dal fatto che trattandosi di ruminanti, per la loro fisiologia digestiva, mantenevano a lungo nell'organismo i mangimi, comportava un certo rischio. Gli operatori commerciali sono subito intervenuti e gli attuali metodi non utilizzano


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più quei marcatori; il pericolo del trasferimento, anche se statisticamente limitato, è stato quindi eliminato.
Non mi risulta che nei paesi consumatori di questi alimenti siano stati fatti rapporti precisi su altri problemi per la salute, che in genere riguardano la tossicità delle proteine espresse dal batterio per combattere il parassita. Le proteine vengono digerite da chi le consuma - animale o uomo - e non hanno più l'effetto tossico dell'inizio. Rimane, a lungo termine, il problema allergenico perché, anche scomponendosi, frazioni peptidiche possono scatenare allergie. Il controllo degli effetti di tali alimenti sulla salute umana è forte, anche se per conoscere gli effetti negativi sulla salute occorrerà aspettare più di 10 anni. Tutti sanno che molte neoplasie hanno una lunga incubazione e che gli effetti a carico del genoma richiedono molto tempo; i consumatori percepiscono questo aspetto come non risolto ma pongono soprattutto l'accento sull'aspetto etico e su quello ambientale. Lascerò alla Commissione i risultati di uno studio dell'Istituto della nutrizione sulla percezione da parte dei consumatori di tutti questi aspetti; si tratta di uno studio scientifico che contiene anche dati sulla fiducia nelle varie fonti di informazione, tra le quali le istituzioni politiche e i programmi radiotelevisivi sono collocati all'ultimo posto. Molto interessante è la netta ripartizione tra la percezione della possibile utilità produttiva - anche in termini di freno all'uso di pesticidi - e la mancanza di fiducia rispetto alla questione del possibile danno ambientale e del cambiamento dell'approccio etico-filosofico in favore di una vita più naturale.
Quanto alla biodiversità non vi è dubbio che queste piante, più forti, prenderanno sicuramente il sopravvento e nelle zone a coltura monopolizzeranno il territorio. A tale proposito valga una considerazione relativa alla nutrizione in campo internazionale. Nel sud est asiatico, dal Bangladesh alla Cina meridionale, il riso, che rappresenta l'alimento principale di quelle popolazioni e che, proprio per il modo in cui è coltivato è molto povero di nutrienti (al contrario del grano, che nel passato ha rappresentato uno dei fattori della superiorità fisica degli europei), viene arricchito transgeneticamente con nutrienti importanti come vitamine e ferro. Si tratta di un fenomeno non arrestabile; mi pare di aver letto che l'80 per cento degli alimenti prodotti in Cina subisce questo trattamento. Il pericolo può riguardare lo stabilirsi in quelle regioni di monocolture, monovarietà estremamente forti e resistenti.
Come sapete i ricercatori non sono mai pro o contro quello che fanno. È questo un profilo che piace poco ai politici, ma del resto ognuno ha il proprio ruolo: il nostro grande Fermi ha contribuito alla costruzione della bomba atomica in modo freddo e acritico; sta ai politici preoccuparsi delle prospettive di utilizzo. Anche nel campo dei ricercatori però, proprio perché non si tratta solo di biologi molecolari (il cui compito è per certi versi simile a quello dei fisici atomici del mio esempio) ma anche di ecologisti e di ambientalisti, il principio di precauzione è ormai radicato. Molto forte è anche l'attenzione a quella che tecnicamente si chiama equivalenza sostanziale; in questo campo c'è ancora molto da fare per stabilire la reale equivalenza al 100 per cento di un cibo transgenico rispetto ad un cibo naturale. Il compito principale dei ricercatori, specialmente nel campo dell'alimentazione, è quello di sviluppare metodi sempre più sensibili e sempre più precisi per la famosa rintracciabilità della filiera alimentare, dal campo alla tavola.
Come sapete - il Parlamento italiano e quelli di altri paesi della Comunità hanno dibattuto l'argomento - siamo alla vigilia della costituzione di una grande entità scientifica sovranazionale, l'Autorità per la sicurezza alimentare, prevista dal Libro bianco. Per adesso i ricercatori europei si stanno cimentando con lo sviluppo di metodi sempre più sensibili e con lo studio degli effetti del genoma. Faccio parte del gruppo di consulenti esterni della Comunità europea per i programmi scientifici su cibo e salute; il 14 luglio si


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svolgerà la riunione per il bando delle prossime ricerche, quasi tutte orientate allo sviluppo di metodi di rintracciabilità degli OGM e di ricerca degli effetti sul genoma dei componenti degli alimenti. La genomica è la nuova scienza che non si occupa più di un singolo gene ma di tutto il quadro dei geni stimolati da qualsiasi effetto ambientale. Questo aspetto scientifico, parlando come esperto che fa anche il ricercatore, rappresenta una prospettiva molto positiva; quando su una cellula in coltura potremo vedere tutto il ventaglio dei geni stimolati da un componente dell'alimentazione potremo anche conoscere effetti non ancora valutati.
Sono a vostra disposizione qualora voleste conoscere le strutture che nel paese saranno coinvolte come interfaccia con l'agenzia europea.

FEDERICO COZZOLINO, Coordinatore di un sottoprogetto del progetto finalizzato biotecnologie e biostrumentazione del CNR di Roma. Quando sono stato convocato per questa audizione mi sono chiesto cosa potessi raccontarvi di utile e di interessante tra tutte le cose che potrei dire sul sottoprogetto di cui mi occupo. Ho scelto di illustrarvi un prospetto della suddivisione in base al materiale oggetto di studio, che in genere non viene fatta, dei 61 progetti di gruppi di ricerca che il sottoprogetto finanzia; tale prospetto offre un punto di osservazione sui reali interessi culturali e scientifici della comunità che si riconosce nelle biotecnologie in questo paese.
I 61 laboratori si occupano essenzialmente di tre diversi materiali di studio: proteine, cellule o organismi. Chi si occupa di proteine si occupa di enzimi o di antibiotici, ma principalmente dei primi, proteine che regolano le trasformazioni chimiche che avvengono all'interno della materia vivente. I ricercatori studiano il loro funzionamento, se possibile cercando di migliorarlo a scopi produttivi (per esempio alcuni studiano il comportamento degli enzimi in solventi organici a differenza che in solventi su base acquosa); le proteine acquisiscono così proprietà funzionali che le rendono particolarmente interessanti da un punto di vista applicativo. Vi è poi un piccolo gruppo di ricercatori che studia antibiotici di natura proteica isolandoli da varie fonti e studiandone le caratteristiche farmacologiche. Chi si occupa di proteine, enzimi o antibiotici, non si propone di modificare nessun organismo vivente, né la struttura degli enzimi ma solo di studiarne le proprietà biologiche per - eventualmente - applicarle.
Al contrario, i ricercatori che studiano le cellule - batteri, lieviti o cellule isolate da organismi multicellulari (metazoi) - si propongono di modificarle. La maggior parte di loro studia batteri per utilizzarli a scopi applicativi; un esempio rappresentativo per la qualità e la quantità di personale impiegato è quello dei ricercatori che studiano gli organismi che crescono in condizioni estreme di temperatura, di acidità, di tossicità. Un gruppo di Catania, in collaborazione con un gruppo di Milano, ha isolato batteri capaci di produrre enzimi coinvolti nella degradazione di composti altamente tossici (naftalene, stirene e ossidasi), come quelli che si generano nei disastri del genere dell'Exxon Valdez o altro. Un altro gruppo dell'Istituto della nutrizione di Roma si occupa di un lievito estremofilo in grado di detossificare reflui industriali con alto contenuto di metalli pesanti. Vi è infine chi si occupa di cellule da organismi multicellulari, quasi sempre vegetali con l'eccezione di un gruppo che si occupa di cellule umane. Lo scopo è quasi esclusivamente farmacologico: vogliono ottenere dalle cellule di origine vegetale composti tipo insetticidi a basso impatto ambientale o coltivare cellule di tasso, che produce il tassolo, un potentissimo e richiestissimo antiblastico per soddisfare le richieste del quale sarebbe necessario utilizzare gran parte delle piante di tasso disponibili sulla superficie del pianeta. Chi si occupa di organismi vegetali lo fa prevalentemente con due scopi: biomedico-farmacologico o produttivo. Chi si occupa del primo trasferisce geni eterologhi, vale a dire da una specie all'altra; in questo caso si tratta


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anche di geni umani. Per esempio, un gruppo di ricercatori dell'Istituto nazionale dei tumori di Milano vuole preparare piante che esprimano anticorpi umani contro un farmaco antiblastico della famiglia delle antracicline per limitarne la tossicità gastrointestinale; un altro gruppo vuole produrre anticorpi contro oncogeni, proteine coinvolte nello sviluppo del cancro. Chi si occupa di questo si preoccupa anche di coltivare per quanto possibile queste piante in ambienti fortemente controllati. La scorsa settimana ho visitato la serra sperimentale dell'ENEA della Casaccia e per quello che posso giudicare ritengo sia molto ben fatta in termini di contenimento biologico. Chi si occupa di modificare gli organismi vegetali a scopo produttivo, infine, non trasferisce geni eterologhi nelle piante, ma prevalentemente modifica i geni endogeni delle piante stesse per far loro produrre maggiori quantità di determinate proteine oppure per ridistribuire all'interno della pianta in compartimenti specifici, per esempio nelle foglie, alcune proteine. Un gruppo di Roma, per esempio, ha sperimentato con successo la possibilità di distribuire nelle foglie un enzima che conferisce una maggiore resistenza agli insulti atmosferici e inquinanti che riceve la pianta. I ricercatori, molto correttamente, sottolineano che ciò potrà aumentare in via indiretta la biodiversità. Un gran numero di specie vegetali, anche pregiate, non viene più coltivato perché non è più commercialmente redditizio; in particolare agrumi e pomodori, in Sicilia, vengono trascurati perché estremamente sensibili agli insulti atmosferici e si stanno avviando all'estinzione. Utilizzando questi studi si potrebbero recuperare queste specie e preservare la biodiversità. Questo è il panorama di quello che sta facendo la comunità scientifica nel settore delle biotecnologie agroalimentari e, più in generale, delle bioconversioni.

PRESIDENTE. La ringrazio, professor Cozzolino. Il prospetto da lei illustrato sarà pubblicato in allegato al resoconto stenografico della seduta odierna.

ARTURO FALASCHI, Componente del Consiglio direttivo del CNR di Roma. Oltre ad essere membro del Consiglio direttivo del CNR sono anche direttore di un istituto internazionale di ingegneria genetica e biotecnologia, una parte delle cui attività si svolge in paesi in via di sviluppo.
Vorrei riallacciarmi ad un'affermazione del professor Rotilio, il quale ha fornito un quadro molto chiaro della situazione. Gli organismi alimentari geneticamente modificati sono comparsi nel mondo scientifico circa quindici anni fa. La possibilità intravista dai ricercatori di una maggiore efficienza rispetto al passato nell'ottenere piante più adatte all'alimentazione ha notevolmente stimolato tanto i ricercatori stessi quanto i produttori. La produzione agricola basata su organismi geneticamente modificati è già notevolmente diffusa. Nei paesi per i quali esistono statistiche si calcola che circa 30 milioni di ettari, il 75 per cento dei quali negli Stati Uniti, siano coltivati a piante transgeniche. A questi va aggiunta la parte non quantificabile di terreni così coltivati in Cina.
Tale diffusione è determinata dal fatto che una simile produzione comporta vantaggi oltre che pericoli. Tra i vantaggi vorrei innanzitutto distinguere quelli per i paesi industrializzati da quelli per i paesi in via di sviluppo. La maggior parte dei 30 milioni di ettari è coltivata con piante transgeniche di mais, colza, soia e cotone; i geni coinvolti in tali produzioni sono solo di due tipi perché le manipolazioni hanno interessato quasi esclusivamente la resistenza agli insetti o a un particolare erbicida prodotto dalla stessa ditta che produce le sementi. Il 99 per cento delle piante transgeniche sono dunque caratterizzate da questi due tipi di geni; quelle che presentano la resistenza agli erbicidi sono a loro volta di tre diversi tipi per tre diverse ditte di produzione.
I vantaggi per i paesi industrializzati sono principalmente quelli dei produttori, che registrano minori perdite. Un vantaggio meno quantificabile è quello per il consumatore; nel caso della resistenza agli


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insetti, per esempio, è evidente che il ricorso a questo tipo di piante consente di esporle meno ad agenti chimici che possono ritrovarsi nell'alimentazione con effetti cancerogeni o comunque dannosi.
Per i paesi in via di sviluppo il discorso è diverso. La Cina, paese di punta in questo campo, è molto interessata perché vede la possibilità di salvare buona parte del proprio raccolto di riso dal danno dovuto ad insetti o agenti simili. Il grande interesse dei paesi in via di sviluppo nasce dunque dalla necessità di risolvere la tuttora significativa carenza alimentare che li caratterizza; non dobbiamo inoltre dimenticare che la popolazione mondiale aumenterà nei prossimi anni, prevedibilmente, almeno del 2,5 per cento l'anno. È quindi necessario, a fronte di popolazioni già sottoalimentate, che la crescita della produzione agricola sia analoga se non superiore. Certo, oltre alla manipolazione genetica possono essere fatte altre cose, ma questi paesi non vorrebbero perdere la possibilità di utilizzare simili tecnologie.
I possibili e reali pericoli sono già stati elencati. Per quel che riguarda l'uomo si è detto che da dieci anni sono in uso prodotti transgenici e ancora non si è registrato alcun particolare effetto nel caso dei prodotti utilizzati più abbondantemente, come la soia e il mais. È però anche vero che la sperimentazione è solo decennale e non si sa cosa potrà avvenire nel lungo periodo. Ci si preoccupa che l'introduzione di molecole nuove possa avere, a lunga scadenza, effetti tossici o di tipo allergico non facilmente prevedibili.
Si è già accennato alla diffusione di geni di resistenza agli antibiotici (per lo più penicillina), che sono in fase di dismissione ma la cui completa eliminazione richiederà un po' di tempo. A tale proposito si osserva una certa inerzia da parte delle ditte produttrici sulla quale sarebbe bene soffermarsi.
La preoccupazione maggiore riguarda, come è stato già detto, il rischio per l'ambiente, anche qui a diversi livelli. Innanzitutto, grazie proprio alle ultime sperimentazioni, si è scoperto che esiste una facilità di trasmissione orizzontale di geni; si è cioè constatato che anche i geni nuovi introdotti in piante immesse poi nell'ambiente si trasferiscono spontaneamente (attraverso meccanismi non ancora del tutto noti ma prevedibili) non soltanto alla stessa specie ma anche a specie affini. Pertanto, dei geni introdotti nell'ambiente in determinate specie possono causare danni ambientali molto grossi. Non dimentichiamo (è una cosa che va detta subito) che il pericolo biologico è diverso dal pericolo chimico: il pericolo chimico è costituito infatti da una molecola che viene immessa nell'ambiente e che poi potrà essere distrutta o meno, mentre a fronte di un organismo biologico si può avere un effetto moltiplicativo spettacolare. Ciò deve indurre a maggiore prudenza.
Un'altra preoccupazione notevole è data dal rischio, ad esempio, che tossine antinsetto introdotte in una pianta possano poi persistere nell'ambiente ancora più a lungo di quanto succeda rispetto all'uso tradizionale. Quando parlo di uso tradizionale mi riferisco a tossine che non sono tali per l'organismo umano; parlo in particolare di un batterio che viene usato da decenni - credo ormai da quarant'anni - in agricoltura come metodo di controllo biologico, come insetticida biologico. Questo batterio, che si chiama Bacillus Thuringiensis, una volta distribuito sulle piante e dopo aver provocato l'effetto insetticida, si decompone e sparisce abbastanza rapidamente dall'ambiente; invece, la tossina dello stesso batterio, introdotta nella pianta, rende sì la pianta resistente agli insetti ma, secondo quanto risulta dalle informazioni in nostro possesso, persiste molto più a lungo nel terreno e nell'ambiente e può essere trasmessa ad altri organismi, con possibili rischi che non siamo ancora in grado di prevedere.
Come accennava prima il professor Rotilio, vi è poi il rischio costituito dall'attentato ulteriore alla biodiversità. Intendiamoci: l'attentato alla biodiversità esiste più o meno da quando esiste l'agricoltura: gli agricoltori vogliono da sempre utilizzare la variante che rende


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loro di più e concentrarsi su quella. Siccome ora c'è la possibilità che tali varianti abbiano particolarmente successo, vi è il rischio che le varianti in questione si impongano ancora di più. Mentre gli altri rischi che ho ricordato sono rischi nuovi, quello da ultimo esposto sembra più che altro un aggravamento di un rischio e di un problema già esistente e che dovrà essere affrontato.
Per quanto riguarda i rischi che ho evidenziato, sia quelli relativi alle reazioni allergiche dell'uomo, sia quelli più diffusi e più preoccupanti concernenti l'ambiente, la sperimentazione disponibile è ancora assai limitata. Al riguardo c'è veramente bisogno di più sperimentazione e ricerca in condizioni controllate per poter valutare tutti questi aspetti e per poter trovare possibili vie d'uscita.
Vorrei tornare al modo in cui vengono utilizzate attualmente queste tecnologie, peraltro molto potenti e di cui, come dicevo prima, sarà difficile che l'umanità possa fare a meno nel futuro, anche per le ragioni già ricordate (penso per esempio all'interesse dei paesi più poveri). Il fatto stesso che ci si sia limitati finora a poche varianti indica anche una certa pigrizia ed una certa arroganza da parte delle grandi società multinazionali. Prendiamo, ad esempio, il caso del gene che dà la resistenza agli antibiotici: anche se il rischio è forse limitato, diffondere simili geni nell'alimentazione e quindi nell'ambiente non è una bella cosa; sicuramente non sarebbe costato molto alle società che lo producevano eliminarlo fin dall'inizio, ma non lo hanno fatto; c'è stato bisogno di una grossa pressione perché cominciassero a farlo. Ma c'è di più. Oggi vi sono ormai tecnologie che permettono di produrre quella che possiamo chiamare una seconda generazione, molto più raffinata, di piante transgeniche, piante cioè in cui i geni possono essere espressi soltanto nella parte della pianta in cui è importante che ciò accada e non necessariamente nella parte che viene mangiata. Attualmente, per esempio, le tossine antibatteriche o i geni di resistenza sono espressi anche nei semi che si mangiano, seppure lì non ve ne sarebbe bisogno. Oggi è possibile realizzare sistemi in cui la proteina estranea o il gene estraneo vengono espressi soltanto in particolari organi della pianta non usati nell'alimentazione, in modo da ridurre il pericolo. È possibile pensare a sistemi di espressione condizionata (forse uso dei termini troppo tecnici, ma spero che il senso sia chiaro), che cioè consentono di far sì che la produzione della molecola estranea avvenga soltanto in condizioni controllate o addirittura che non avvenga se per caso il gene si allontana dalla pianta originaria. Cercherò di essere più chiaro. È possibile pensare all'introduzione nelle piante di geni (che è quello che si fa quando si crea una pianta transgenica) che non vengono attivati se non in condizioni molto particolari: ad esempio, in piante in cui siano stati introdotti anche altri fattori che permettono ai geni in questione di esprimersi. In questo modo il rischio di trasmissione orizzontale potrebbe essere ridotto moltissimo o addirittura annullato.
Quanto ho detto è forse un po' troppo tecnico ma volevo sottolineare che vi sono già condizioni in cui i rischi di cui parlavo prima, soprattutto quelli legati alla trasmissione orizzontale dei geni nell'ambiente, possono essere molto ridotti, minimizzati. Ma non mi pare che finora siano stati adottati correttivi in questo senso da parte delle grosse industrie.
Tutto ciò dimostra che vi è bisogno ancora di molta sperimentazione e di una notevole vigilanza. A questo riguardo, nell'ambiente che si è occupato e si occupa di questi problemi (penso alle convenzioni per la biodiversità, alle diverse organizzazioni come la FAO e l'Organizzazione mondiale della sanità) sono stati enucleati dei principi, ormai affermatisi, e altri sono in via di elaborazione. Un principio inizialmente sostenuto con forza, ma oggi molto discusso e fortemente criticato, è il cosiddetto principio di equivalenza sostanziale. Se una pianta transgenica - si sosteneva - è sostanzialmente equivalente ad una già diffusa nell'ambiente, perché dovremmo preoccuparci? Questo è ormai un atteggiamento


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fortemente criticato e non più accettabile per tutte le ragioni che ho prima esposto.
Un principio nuovo, alternativo a quello dell'equivalenza sostanziale, è invece il principio precauzionale, in base al quale dobbiamo considerare questi nuovi organismi come potenzialmente a rischio e quindi dobbiamo effettuare una sperimentazione adeguata prima di diffonderli nell'ambiente (ammesso che poi ciò avvenga).
Un altro aspetto molto importante, su cui mi sembra che ormai vi sia consenso (certamente vi è in Europa), è la necessità di un'etichettatura dei prodotti transgenici, dei prodotti geneticamente modificati: qualora questi prodotti possano essere introdotti nell'alimentazione, in quanto la sperimentazione (come avviene per i farmaci o per gli alimenti in generale) ha dimostrato che sono sicuri, è bene che il consumatore sia informato e possa così fare una scelta consapevole. Questo è un elemento molto importante. Ai fini della scelta informata da parte del consumatore è importante che tutti i passaggi precedenti, le sperimentazioni e così via siano molto trasparenti e siano resi pubblici. Questa è una condizione molto importante perché in futuro si possa continuare a lavorare con una certa serenità in questo settore.
Come dicevo prima, vi è tutta una serie di aspetti ancora non chiari rispetto ai quali vi è bisogno di ulteriore sperimentazione: la facilità con cui possono viaggiare i geni orizzontalmente, per esempio, con che facilità possono essere trasmessi ad altre specie; le variazioni della popolazione microbica nel terreno per via dell'introduzione di queste piante; la possibilità di introdurre nelle piante proteine o molecole allergeniche. Si tratta di aspetti che devono essere valutati con molta cura e che richiederanno appunto molta sperimentazione. Anche le metodologie per rendere sempre più sicuri i prodotti transgenici (penso a tecnologie analoghe a quelle che ho prima ricordato di espressione controllata e di espressione condizionata) dovranno essere molto approfondite.
Concludo ricordando un particolare tipo di sperimentazione che è stato bloccato dalla giusta reazione che vi è stata nel mondo. Una società aveva elaborato una tecnologia per cui il seme non poteva riprodursi (il seme a tecnologia terminata di cui si è molto parlato). Lo scandalo suscitato da questo annuncio ha fatto sì che la ditta abbia poi rinunciato ad introdurlo nella sua produzione. Bisogna però considerare che in futuro tecnologie di questo genere potrebbero essere interessanti in un'altra ottica: là dove sembri utile produrre ugualmente delle piante modificate, potrebbero servire ad impedire che queste possano diffondersi nell'ambiente. Vi potrebbe essere quindi un'utilizzazione positiva di queste tecnologie. È questo il tipo di sperimentazione di cui vi sarà ancora più bisogno in futuro.
Resto a vostra disposizione per eventuali domande. Nella veste di direttore del centro internazionale che ho ricordato in apertura, voglio ricordare che, con il precedente Governo, noi abbiamo fatto una convenzione con il Ministero dell'ambiente (e la convenzione è ancora in atto) per fornire consulenza e formazione per lo studio del rischio del possibile rilascio di organismi geneticamente modificati. Come primo atto abbiamo prodotto un rapporto sui possibili rischi che posso lasciare a disposizione della Commissione.

PRESIDENTE. La ringrazio, professor Falaschi. Ogni eventuale documentazione che vorrete mettere a nostra disposizione è senz'altro gradita.

LEONARDO SANTI, Presidente del Centro biotecnologie avanzate di Genova e del Comitato nazionale per la sicurezza e le biotecnologie istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri. Anch'io interverrò nella duplice veste di presidente del Centro biotecnologie avanzate di Genova e di presidente del Comitato per la sicurezza e le biotecnologia istituito presso la Presidenza del Consiglio.


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Non intendo ripetere quanto già detto dai colleghi e quindi vorrei fare qualche considerazione di carattere più generale. Io credo che ormai noi abbiamo acquisito sufficiente conoscenza di quelli che sono gli argomenti in discussione. Al riguardo, vi sono anche gli atti parlamentari della Commissione agricoltura che, con l'indagine conoscitiva sui mangimi, ha fornito un notevole contributo sotto questo profilo. Vi sono ormai discussioni aperte nel paese: in convegni e in altre occasioni simili sono già state affrontate le questioni di cui si è parlato oggi.
Nell'affrontare queste tematiche, occorre ora, a mio avviso, tralasciare gli aspetti di carattere generale per individuare problemi più precisi, specialmente con riferimento al nostro paese, al fine di fare delle scelte e di elaborare un progetto italiano su questo terreno. Sappiamo d'altra parte che l'Europa e l'Italia sono su posizioni profondamente diverse da quelle che caratterizzano altri gruppi di paesi come il gruppo di Miami (costituito da Stati Uniti, Canada e così via), tant'è vero che nel recentissimo summit che si è svolto a Lisbona si è preso atto che uno degli aspetti cruciali di conflittualità economica tra gli Stati Uniti e l'Unione europea è costituito proprio dalle biotecnologie. Dopo un precedente accordo tra Clinton e Prodi, è stata così ratificata la costituzione di una Commissione paritetica con l'incarico di mettere a punto questi aspetti conflittuali. La Commissione, costituita da dieci esperti per l'Europa e da dieci esperti per gli Stati Uniti, si riunirà alla fine di luglio. Questo dimostra che esiste una posizione divergente; rilevo tuttavia che si tratta di una posizione divergente «a spot». Manca un piano generale dell'Italia e dell'Europa sulle scelte sostenibili, compatibili, che siano profondamente discusse con tutti i soggetti che possono essere interessati, dall'industria ai ricercatori, ai movimenti di opinione dei consumatori. A nostro avviso occorre un progetto politico che alla fine metta a punto i problemi da discutere.
Sappiamo che ora è stato varato dal CIPE il piano della ricerca, che prevede le biotecnologie in campo medico-sanitario, agroalimentare ed ambientale; però non si specifica quali siano le scelte nel concreto. Quali scelte fa la ricerca che siano accompagnate da una conseguente produttività nel nostro paese? La preoccupazione che è sorta anche nei comitati è questa; se manca un tessuto produttivo (s'intende, per gli aspetti che sono accettati, che rappresentano delle scelte consapevoli, quindi negli interessi del nostro paese) questo commercio verrebbe coperto dalle multinazionali. Non solo, ma come è stato sottolineato dal professor Cozzolino, la ricerca scientifica nel nostro paese è abbastanza avanzata; tuttavia, in mancanza di un tessuto produttivo, il rischio è che i risultati di questa ricerca, finanziata con mezzi pubblici, siano ceduti alle industrie straniere. Questo è il rischio che si corre in carenza di una scelta politica del nostro paese su cosa sia utile, necessario, possibile fare.
Sotto questo profilo dobbiamo considerare due aspetti. Innanzitutto esiste uno squilibrio dovuto al fatto che logicamente finora la ricerca industriale nel settore ha sviluppato i prodotti pertinenti al proprio interesse; è stato anche rilevato che si è trattato di interessi non tanto dei consumatori quanto degli agricoltori - in qualche caso dei grandi agricoltori - e delle industrie stesse. Dall'altra parte vi è uno squilibrio in quanto è mancato, almeno in Europa ed in Italia, un finanziamento della ricerca pubblica, orientata però verso le garanzie che avrebbe potuto dare lo sviluppo di queste attività. Ritengo dunque che il nostro paese, oltre che operare delle scelte, dovrà porsi il problema di finanziare una ricerca pubblica e di individuarne i contenuti, perché noi parliamo del principio di precauzione, accettato ormai da tutti, ma all'interno di questo concetto manca chiarezza. Dobbiamo studiare le possibilità offerte oggi dalla ricerca scientifica, che non rende più necessario quel principio di equivalenza sostanziale introdotto dall'OCSE molti anni fa.


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Su questi punti il comitato ha avviato un confronto con i movimenti di opinione, oltre che con l'industria e con i ricercatori, ponendo un quesito preciso, se cioè sia percorribile l'ipotesi di un progetto nazionale sulle biotecnologie che sia anche propositivo nei confronti dell'Europa. Devo dire che coralmente ho avuto risposte positive. Attualmente siamo però in una fase di stallo, perché giustamente sia i movimenti di opinione sia il nostro comitato, al quale riferirò tra breve, attendono (oggi abbiamo scritto anche al Presidente ed al segretario generale della Presidenza del Consiglio) un consenso da parte del Governo per proseguire, altrimenti non ci si può esporre ulteriormente per svolgere un lavoro che poi non verrebbe condiviso ufficialmente, anche se esso rientra nei nostri compiti. Desideravo precisarlo in sede parlamentare perché mi sembra che questo momento sia opportuno per compiere una riflessione e per stabilire se sia possibile percorrere una strada che ritengo utile.
Occorre inoltre un piano che sia comprensivo dell'informazione al pubblico. In che modo? In questo momento non sono in grado di dare un suggerimento, ma in una serie di incontri con vari soggetti dovremo innanzitutto individuare le modalità con cui fornire le informazioni, perché non vogliamo che l'informazione risulti essere, anche involontariamente, di una parte o dell'altra; i ricercatori di per sé sono portati a credere nelle ricerche che fanno e magari possono non tener conto di altri problemi. Vediamo allora quale deve essere la metodologia per informare correttamente il pubblico e studiamo insieme questi aspetti.
Vorrei accennare ad un ultimo punto, anche per rispondere all'invito che mi è stato rivolto in qualità di presidente del Centro per le biotecnologie di Genova. Attualmente siamo impegnati prevalentemente sul fronte medico; il nostro centro è sorto per questo motivo, da una «costola» dell'Istituto tumori, ma con il successivo arricchimento di istituti di varie facoltà universitarie e del CNR. Desidero sottolineare che stiamo sviluppando con molto impegno il settore dei laboratori, per le procedure volte all'identificazione di materiale transgenico nel settore alimentare e per i controlli di qualità tramite amplificazione genica. A tal fine abbiamo stipulato accordi sia con alcune ARPA sia con istituti di profilassi sia con alcune cooperative alimentari, e stiamo costituendo una rete insieme all'ISPRA (uno dei centri dell'Unione europea) e all'Università di Parma.
Sono questi gli aspetti che intendevo sottolineare, anche per dare notizia dell'attività che svolgiamo; ma tutto ciò è ancillare rispetto ad una richiesta che ci sentiamo di avanzare. Il professor Tamino, che è membro del comitato e che potrà intervenire in proposito, fa parte anche del gruppo dei rischi che abbiamo istituito con decreto della Presidenza del Consiglio. Il gruppo dei rischi ha tre compiti fondamentali. Il primo è quello di mettere a punto la situazione, lo stato dell'arte, le conoscenze che possono servire per verificare dei test di validazione. Il secondo compito riguarda una metodologia per il monitoraggio dei rischi. Il terzo è quello di suggerire e proporre con forza un piano nazionale per la ricerca, per la messa a punto di nuove metodologie, di nuovi test più sofisticati per la valutazione dei rischi.

PRESIDENTE. Per quanto riguarda i rapporti con la Presidenza del Consiglio, non è questa la sede per risolvere il problema; tuttavia la Commissione può farsi carico della questione ed attivarsi presso la sede competente per verificare quanto meno quali siano le intenzioni in proposito.

GIANNI TAMINO, Professore del dipartimento di biologia dell'Università di Padova e componente del Comitato nazionale per la sicurezza e le biotecnologie istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri. Tralascio ovviamente le considerazioni già espresse, nonché quanto esposto dal professor Santi circa il lavoro che stiamo svolgendo nel Comitato nazionale per la biosicurezza e le biotecnologie.


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Cercherò di approfondire alcuni punti che mi sembrano di maggior interesse per la Commissione. La vostra indagine conoscitiva riguarda in generale la sicurezza alimentare; in particolare qui parliamo di organismi geneticamente modificati. È chiaro che, al di là di tutti i cibi potenzialmente di origine transenica, di fatto quelli che voi come Commissione dovete trattare sono gli unici oggi possibili, che possono arrivare nelle case degli italiani e che come è già stato detto sono due: soia e mais, oltre ad una piccola quantità di colza. Gli altri tipi non sono cibi, trattandosi di cotone e tabacco: si potrebbe anche discutere se il tabacco sia un cibo o meno...! Limitandoci dunque alla soia e al mais, il problema è che oggi questi due prodotti arrivano nel nostro paese da importazioni soprattutto del cartello di Miami, quindi dagli Stati Uniti e dall'Argentina (il mais per piccole quote proviene anche dal Canada e da altre parti). Il problema è quindi di valutare quali garanzie ci arrivano in termini sia sanitari sia dei diritti dei consumatori.
Vorrei anticipare la questione dei diritti dei consumatori, perché considero importante il modo in cui deve essere affrontata dal punto di vista scientifico; voi l'avrete sicuramente trattata con i rappresentanti dei consumatori. Dal punto di vista scientifico per noi è rilevante il fatto che non esista possibilità di fornire garanzie ai consumatori se non attraverso un controllo di filiera. L'esperienza compiuta a livello scientifico in Europa sull'encefalopatia spongiforme bovina, più nota come morbo della mucca pazza, ha messo in luce la necessità di un controllo della filiera e di una certificazione ad ogni passaggio della filiera. Per quanto riguarda la tracciabilità di un prodotto, se non si ha il controllo della filiera è impossibile sapere cosa succede; quindi è interesse del consumatore dal punto di vista scientifico non l'analisi del prodotto finale, come talvolta si crede, ma una situazione di tracciabilità lungo tutta la filiera produttiva. Questo spesso lo si dimentica perché si considera sufficiente l'analisi con i metodi attuali. Purtroppo spesso a livello finale non c'è più il materiale da analizzare, oppure le trasformazioni l'hanno alterato. Esistono problemi tecnici di falsi positivi, ma probabilmente anche il contrario. Dunque per garantire trasparenza dal punto di vista scientifico si deve assicurare, in generale per tutti i prodotti ed in particolare per gli organismi geneticamente modificati, il controllo della filiera, che è condizione per l'etichettatura.
Una seconda questione, alla quale si è già accennato, è che oggi in Europa abbiamo sostituito al concetto statunitense della sostanziale equivalenza quello del principio di precauzione. Proprio come sottogruppo del Comitato nazionale per la biosicurezza e le biotecnologie, stiamo analizzando in particolare questo problema, a partire dai documenti di cui disponiamo; credo che la Commissione abbia già avuto modo di analizzare il testo elaborato dalla Commissione europea, pubblicato sul n. 13 di quest'anno (quello di febbraio) del mensile di informazione del Ministero dell'ambiente. Si può averlo tramite Internet, presso di noi o rivolgendosi al Ministero dell'ambiente o a quello della sanità. Questo è il punto di partenza; è importante il passaggio dall'affermazione di un principio, che può anche essere ovvio, all'inizio di un'analisi su che cosa significhi l'applicazione dello stesso.
Tra l'altro è da sottolineare l'affermazione - che riguarda direttamente la vostra Commissione - contenuta per la prima volta in questo documento secondo cui, sebbene nel trattato dell'Unione europea il principio di precauzione venga citato a proposito dell'ambiente, senza dubbio il suo significato e la sua portata devono essere estesi al tema della salute. In mancanza di una simile affermazione si sarebbe potuto pensare che esso valesse per le questioni ambientali ma non per quelle sanitarie; l'estensione è importante anche perché il principio di precauzione introdotto nella convenzione sulla biodiversità aveva - ripeto - essenzialmente una valenza ambientale.
Ricordo che anche il Governo francese ha preparato su questo principio alcuni


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documenti che è utile avere per svolgere uno studio più vasto; sono tutti disponibili qualora vengano considerati utili.
Alla luce di questa documentazione si chiarisce che il principio di precauzione comporta l'inversione dell'onere della prova, un primo aspetto importante che dovrebbe avere conseguenze giuridiche; in altri termini, un prodotto deve essere considerato pericoloso fino a quando non si dimostri che è sicuro, mentre fino ad oggi si accettava il concetto opposto, secondo cui era sicuro finché non ne veniva dimostrata la pericolosità. Sembra poca cosa, ma in realtà il cambiamento è notevole.
La seconda conseguenza dell'applicazione di questo principio consiste nel fatto che l'analisi da un punto di vista scientifico non consiste più nel rilevare i dati accertati scientificamente - il numero dei malati, dei morti, dei disastri ambientali - ma nel fare una valutazione sulla base delle conoscenze scientifiche dei rischi potenziali, nel cercare di individuare e se possibile escludere o minimizzare i rischi, in particolare quando siano rilevanti, soprattutto - aggiungo - se presentino caratteristiche di irreversibilità, cosa che purtroppo spesso si verifica nei processi biologici. Questo è sicuramente l'aspetto più rilevante dal punto di vista ambientale, come è stato evidenziato, ma problemi di irreversibilità si possono avere anche nel campo sanitario, seppure in maniera meno evidente.
In questa logica oggi il problema diventa soprattutto quello di analizzare i rischi. Già sono stati indicati nei precedenti interventi quelli più noti individuati dal mondo scientifico, il che non vuol dire che non ve ne siano altri dal momento che, proprio per la loro natura, è impossibile conoscerli preventivamente nella loro globalità. Dobbiamo considerare quelli che siamo in grado di immaginare e che le documentazioni ci permettono di individuare.
Voglio solo aggiungere ai rischi che sono già stati citati - al riguardo rilevo che il problema della resistenza agli antibiotici può essere comunque risolto utilizzando un altro marcatore, dal momento che moltissime sostanze chimiche non producono effetti particolari - quello meno risolvibile delle allergie; il problema non è così semplice in quanto è molto difficile individuare la piccola quota di popolazione che comunque può avere delle conseguenze.
Un altro problema rilevante, già citato ma su cui vorrei ulteriormente soffermarmi, riguarda le piante resistenti ai diserbanti. Siamo di fronte ad un evidente pericolo per l'ambiente, perché negli Stati Uniti il 72 per cento di tutte le piante transgeniche è resistente ai diserbanti. Sebbene oggi si sostenga che l'utilizzo degli OGM in agricoltura possa ridurre l'uso di sostanze chimiche, non ci troviamo in queste condizioni. Ciò fa sorgere una critica nei confronti delle multinazionali, da me ovviamente condivisa.
Vi è poi il fatto che una pianta resistente può trattenere più facilmente non tanto i diserbanti (quelli usati sono a bassa durata) quanto i metaboliti, che purtroppo solo recentemente sono stati studiati. In alcuni casi, nel glufosinato d'ammonio, si è verificato in laboratorio che i metaboliti nel corpo umano possono ripristinare il diserbante; bisognerebbe andare a verificare, ma sicuramente questo è un rischio da tener presente. Per il glifosate, quello più utilizzato della Monsanto, il problema è più rilevante perché i metaboliti sono stati correlati - era il marzo del 1999 - alla presenza nella popolazione umana di un linfoma (del tipo non Hopkins). Questo elemento risulta da un'indagine epidemiologica; il problema deve essere valutato, tenuto conto che comunque il glifosate si usa indipendentemente dalla presenza di piante transgeniche, in quanto è uno dei diserbanti attualmente più utilizzati (veniva considerato sicuro).
L'ultima questione che voglio porre dal punto di vista sanitario riguarda l'instabilità genetico-cromosomica, che può collegarsi all'introduzione di geni estranei con i metodi attualmente utilizzati dall'ingegneria genetica. Il discorso è prettamente tecnico, mi rendo conto che non è


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di facile esposizione, per cui mi limiterò a dire quello che è riportato in alcuni lavori. La ricercatrice che più si è occupata dell'argomento, Mae-Wan Ho, (nonostante il nome cinese, lavora in Inghilterra) sostiene che il trasferimento orizzontale del promotore del virus del mosaico del cavolfiore non solo contribuisce alla nota instabilità delle linee transgeniche, ma ha un potenziale capace di rendere attivi virus silenti, e potrebbe quindi determinare nelle specie coinvolte nuove varianti virali. Sulla base di queste considerazioni la ricercatrice, applicando il principio di precauzione, segnala fortemente il rischio connesso a cibi transgenici contenenti il promotore del virus del mosaico del cavolfiore o promotori simili, che sono ricombinogeni (ossia aumentano la probabilità di ricombinazione; già in natura gli stessi transposomi determinano un aumento di combinazione). Siamo in grado di prevedere gli effetti di un'aumentata frequenza di ricombinazione? Si consideri che in altri casi, per esempio su cellule di mammifero modificate geneticamente, si è verificato un aumento dell'instabilità cromosomica; del resto risulta negli stessi animali modificati geneticamente, come attestano i dati a disposizione. L'inserimento del gene estraneo crea dei problemi con riferimento a questi nuovi assetti genetico-cromosomici, che vanno analizzati nell'ambito del principio di precauzione.
Concludo soffermandomi sulla questione ambientale, seppure essa non investa direttamente la competenza di questa Commissione. Vi può forse interessare sapere che già oggi in Italia, dove non esiste alcuna autorizzazione a vendere tali prodotti commerciali, il mais del nord è contaminato - do i dati ufficiali del Veneto - nella percentuale di 7 campioni su 100. L'origine del fenomeno è discutibile, molto probabilmente è dovuto al regalo fatto dalle multinazionali di semi transgenici in contrasto con le norme vigenti. Si pone comunque il problema della trasmissione del carattere e a questo riguardo desidero ricordare che, mentre per il mais non esistono piante naturali italiane, la questione si pone con la colza e la barbabietola da zucchero. In particolare la coltivazione sperimentale di barbabietola da zucchero viene effettuata proprio nella zona tra il Veneto e la Romagna dove abbiamo la sottospecie marittima che vive spontaneamente nella zona costiera; trattandosi della stessa specie, addirittura di una sottospecie, si può determinare un flusso di geni che andrebbe analizzato con una certa attenzione.

MARCELLO BUIATTI, Professore del dipartimento di biologia animale e genetica dell'università di Firenze. Intervenendo per ultimo, ho potuto sentire quanto hanno detto gli altri, per cui non mi soffermerò su concetti precedentemente espressi.
Vorrei cominciare da una considerazione scientifica - visto che svolgo questo mestiere - partendo da un dato che tutti abbiamo sostenuto: in questo momento sono in commercio due prodotti, ossia il mais resistente agli insetti e la soia o altre piante resistenti agli erbicidi. Siamo nel 2000 e le prime trasformazioni delle piante risalgono al 1981; sono trascorsi 19 anni di ricerca molto vasta che hanno partorito solo due prodotti. Un genetista come me si chiede immediatamente quale sia il motivo di tutto questo. Sono stati investiti moltissimi soldi nella ricerca, sono stati effettuati investimenti enormi. La forza con cui le multinazionali stanno difendendo questi prodotti deriva evidentemente anche dal bisogno di guadagnare rapidamente soltanto su due prodotti, recuperando gli investimenti fatti in quasi venti anni. I due prodotti derivano entrambi dall'introduzione di un gene, in genere di un batterio, in una pianta; nell'uno e nell'altro caso questo gene non interferisce con il metabolismo della pianta, che sta bene, produce molto e presenta le caratteristiche che le sono state date con il gene medesimo.
Penso si debba parlare di salute in senso sia negativo, come prevenzione dai danni, sia positivo, come miglioramento della qualità del prodotto, in particolare in un paese come il nostro, abbastanza


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ricco, dove si amano gustare cibi variati, cibi tipici, legati alle produzioni, con un buon livello nutrizionale. Per migliorare la qualità di un cibo fondamentalmente bisogna cambiare il bilancio relativo tra le sostanze che la pianta produce, il rapporto tra proteine equilibrate in termini di aminoacidi e proteine non equilibrate che possono dare carenze, bisogna aumentare la quantità di vitamine o di prodotti salutari; bisogna interferire con il metabolismo della pianta, non inserire altri geni da fuori, ma modulare i geni all'interno. Questo evita anche le allergie, che sono originate da prodotti non conosciuti dal nostro corpo come cibo; naturalmente sono determinate anche dai prodotti naturali, come vediamo bene in primavera, ma quelli alieni possono aumentarle in modo specifico. Pertanto, per migliorare la qualità bisognerebbe far produrre alla pianta le stesse sostanze modulandone però le quantità relative, cambiando il suo metabolismo. Cambiare il metabolismo della pianta è però difficile, perché il metabolismo, sia quello delle piante sia quello dell'uomo, è una rete molto equilibrata che si è coevoluta di azioni, reazioni e così via, con delle modulazioni quantitative abbastanza precise, tanto è vero che se queste si modificano, generalmente noi ci ammaliamo: quando ci manca l'insulina o determinate altre sostanze noi stiamo male. Anche le piante stanno poco bene quando si modifica quell'equilibrio, pur se questo è più evidente negli animali, che sono molto più fragili (e noi umani, che apparteniamo appunto al genere animale, siamo molto fragili da questo punto di vista). Ciò significa che se un ingegnere genetico immette tutto a un tratto dentro una pianta un gene completamente nuovo o blocca una parte del metabolismo si ha una ripercussione sul metabolismo della pianta molto pesante, per cui la pianta non è più produttiva. Da questo punto di vista, le sperimentazioni nei laboratori di tutto il mondo sono state migliaia: chi ha cercato di modificare gli oli, le proteine e così via non è finora riuscito ad ottenere prodotti buoni, piante cioè che siano anche produttive; la pianta deve infatti anche essere in grado di crescere, deve produrre i suoi frutti, i contadini devono coltivarla, vendere il prodotto ottenuto e così via (ecco perché sul mercato si trovano solo due prodotti transgenici).
Dietro tutto ciò, a mio avviso, vi è quindi anche una strategia di ricerca sbagliata. Ciò ovviamente non dipende dai ricercatori ma da chi complessivamente ha diretto finora la ricerca a livello mondiale, che sono poi quelli che stanno cercando attualmente di vendere i due prodotti transgenici ottenuti. Non si tratta di essere cattivi, semplicemente avevano bisogno di guadagnare rapidamente e hanno scelto la via più facile, che è per l'appunto quella di prendere un gene di un batterio e inserirlo dentro una pianta, naturalmente senza interessarsi molto degli effetti secondari di questa operazione, come diceva anche il professor Falaschi. Non hanno avuto la pazienza di aspettare e di capire qualcosa di più sulla modulazione per cercare di fare qualcosa che puntasse anche alla qualità, oltre che ovviamente ad una produzione plausibile di cibo (perché anche la produzione è importante).
Il problema strategico consiste quindi nel cambiare la direzione della ricerca e nel puntare a prodotti completamente diversi, che non comportino necessariamente lo spostamento di geni da specie a specie, cercando piuttosto di lavorare sulla modulazione. È quello che, come diceva il professor Falaschi, sta cominciando a venire alla luce. Governare questo processo significa allora spostare l'attenzione innanzitutto sulla ricerca di base: se qualcosa in quello che è stato fatto finora non ha funzionato, vuol dire che non abbiamo sufficienti conoscenze in materia e che dobbiamo quindi approfondire gli studi in quel senso. Il fatto di non avere sufficienti conoscenze, aumenta l'imprevedibilità del prodotto e necessariamente anche il rischio ad esso connesso e nello stesso tempo rende difficile realizzare più prodotti diversificati di cui qualcuno sia veramente utile. I prodotti ottenuti finora si sono infatti rivelati poco utili. Ho con


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me i dati riportati da Science l'anno scorso: negli Stati Uniti, il mais transgenico ha fatto guadagnare a chi lo coltivava (rispetto a chi coltivava quello naturale) 72 milioni di dollari nel 1997, ma ne ha fatti perdere 26 milioni nel 1998, perché in quell'anno non c'è stata l'infestazione dell'insetto. Dato il costo del mais transgenico e dato il tipo di contratto cui si ricorre in quel caso, nel 1998 non è convenuto agli agricoltori americani coltivare mais transgenico, dal momento che quelli che coltivavano quello non transgenico non hanno speso nulla per i trattamenti contro le infestazioni. Del resto, i trattamenti si fanno solo se c'è l'infestazione, mentre il mais transgenico, una volta acquistato, ha comunque comportato una spesa maggiore. La soia transgenica dà negli Stati Uniti solo il 5-6 per cento di vantaggio economico all'agricoltore; in quel paese vi sono infatti larghissime distese e i trattamenti con l'erbicida costano molto poco perché si possono fare con l'aereo (al di là dei rischi che ciò comporta). I prodotti in questione non hanno quindi comportato alcun vantaggio per il consumatore e ne hanno comportato solo uno minimo per il coltivatore, ad eccezione delle grandi aziende (che sono presenti non solo negli Stati Uniti, ma anche in Brasile o in Cina, dove più che altro è il cotone ad essere trattato in questo modo). È quindi essenziale procedere ad un ridirezionamento della ricerca, puntando a prodotti diversi da quelli che si producono attualmente.
Aspetti altrettanto fondamentali sono la sicurezza ed il controllo del rischio connesso ai prodotti in questione, di cui già si è parlato. Al riguardo vorrei ricordare che lo scorso 8 giugno si è svolta una riunione, cui io ero presente, presso il Ministero delle politiche agricole, per cercare di elaborare un nuovo piano per le biotecnologie in previsione dell'attuazione del piano triennale di ricerca che è stato di recente approvato dal CIPE. Ne sta scaturendo un piano di ricerca che non comporta l'utilizzazione di piante transgeniche contenenti elementi «alieni» e che punta invece molto sulla genomica, sull'analisi della modulazione delle azioni, su tutta una serie di interventi che sono possibili. Il collega Tamino parlava prima del CaMV, il virus del mosaico del cavolfiore. Ogni gene ha un interruttore, che noi chiamiamo promotore e che serve a modulare l'espressione del gene stesso, cioè dice quanto, quando e dove deve essere espresso. Chi segue la strategia di intervenire a martellate sul patrimonio genetico (che è appunto la strategia che è stata seguita finora) usa il CaMV, usa cioè un interruttore che proviene da un virus e che, proprio in quanto tale, può ricombinarsi più facilmente con altro materiale. Ebbene, il CaMV fa esprimere sempre il gene, a differenza dell'altro promotore di cui parlava prima il professor Falaschi, che per esempio fa esprimere la tossina contro gli insetti soltanto quando l'insetto morde e soltanto nelle cellule che stanno intorno. Disponiamo di questo promotore dal 1987. Ebbene, piante con queste caratteristiche sono state ottenute sin dal 1987, ma non sono mai state usate; sono sempre state usate, invece, piante in cui il gene si esprimeva sempre.
Qualcosa ora sta cambiando. Nella riunione cui ho fatto poco fa cenno, per la prima volta queste cose sono state dette e sono state approvate all'unanimità da tutti i presenti (che erano tecnici del ministero o esperti esterni, come me). Il piano che ne può scaturire potrebbe essere interessante perché è incentrato proprio sullo studio della modulazione delle azioni e di altri interventi similari, che è il solo che può permettere un'utilizzazione delle tecniche molecolari (non necessariamente di ingegneria genetica) ai fini della qualità del prodotto e tale da evitare i rischi connessi, in aggiunta alle tecniche di miglioramento genetico tradizionale dei nostri prodotti. Si tratta di un aspetto importante, che bisogna rilanciare, perché siamo già parzialmente invasi (e lo saremo ancora di più in futuro dal momento che la pressione è molto forte) da questi due prodotti transgenici.
Un altro punto importante è quello della prevenzione e quello dell'identificazione dei prodotti in questione. Posso


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fornire qualche notizia al riguardo. L'ANPA (l'Agenzia nazionale per la protezione ambientale) sta predisponendo linee guida per il monitoraggio su tutto il territorio nazionale degli effetti sull'ambiente degli OGM. È stato avviato (e al riguardo si terrà la prima riunione il 20 giugno prossimo) un programma di ricerca finanziato dal Ministero dell'ambiente e gestito dal CNR sull'individuazione di metodi ad alta risoluzione per l'identificazione degli OGM e sull'analisi del trasferimento genico da parte degli organismi geneticamente modificati. Il finanziamento di questo programma non è enorme, ma sono previste diverse unità: alcune cominceranno a lavorare il 20 giugno prossimo, altre lo stanno già facendo.
Anche nell'ambito del progetto che si vuole elaborare con il Ministero delle politiche agricole vi è una grossa fetta dedicata alla biosicurezza. La settimana prossima inaugurerò il laboratorio dell'ARPA emiliana, che si è già attrezzato. Il personale sarà formato in diversi laboratori, fra cui il nostro. L'ARPA toscana sta già formando il personale presso il nostro laboratorio e si attrezzerà rapidamente. È previsto anche un contatto con gli enti di sviluppo agricolo. Io sono anche presidente di un'associazione che si chiama Ambiente e lavoro, per cui ho un po' di dimestichezza con le tematiche della sicurezza del lavoro. Da questo punto di vista è essenziale che il controllo venga svolto non da un'agenzia centralizzata, che non sarebbe assolutamente in grado di farlo, ma da organismi decentrati sul territorio almeno a livello regionale, come avviene per tutti i controlli volti alla prevenzione. Gli enti che si devono accordare per la prevenzione rientrano essenzialmente in tre categorie: quelli che operano nel campo dell'ambiente, quelli che operano nel campo dell'agricoltura e quelli che operano nel campo della sanità. Come sempre, ci deve essere fra i tre gruppi di enti un'interazione a livello regionale e un coordinamento a livello nazionale, che spetta agli organismi a ciò preposti, che sono l'Istituto superiore di sanità, l'ANPA e, almeno per ora, il Ministero delle politiche agricole (successivamente, l'ente che probabilmente scaturirà dall'unificazione degli istituti sperimentali).
Finalmente sta emergendo nel nostro paese un'idea abbastanza complessiva di come fare prevenzione rispetto agli organismi geneticamente modificati, sulla base dei criteri che vengono utilizzati per qualsiasi prodotto industriale. Questo è un altro punto che voglio sottolineare con estrema chiarezza. Gli OGM sono un prodotto industriale (non si capisce perché non possano essere considerati tali), il che comporta l'obbligo di instaurare un controllo basato sul sistema HACCP lungo tutto il ciclo di produzione unificando le due parti di questo ciclo, quello agricolo e quello della trasformazione. Si tratta cioè di andare a vedere fino a quando restano i geni, che effetto hanno e così via. Occorre in sostanza delineare una filiera, come si fa normalmente con l'HACCP. Questa, come sapete probabilmente meglio di me, è un'operazione la cui responsabilità ricade sul privato che si occupa della produzione, mentre il controllo spetta allo Stato, all'ente pubblico, in particolare alle agenzie ad esso preposte, che sono il comitato interministeriale che concede i permessi di rilascio, l'ANPA, l'Istituto superiore di sanità, le ARPA, gli enti regionali di sviluppo, le ASL, come per tutti i prodotti che hanno interesse alimentare o sanitario.
Ciò del resto è in linea con i criteri imposti dalle direttive comunitarie, a partire dal criterio della globalità del rischio. Il rischio nell'Unione europea è sempre valutato come rischio globale di un particolare processo produttivo. Questo criterio dovrebbe essere applicato anche agli OGM. Il rischio dovrebbe pertanto essere valutato non soltanto andando a vedere se in quel dato alimento c'è il DNA ma anche verificando, per esempio, se in esso si riscontra la presenza di glifosate o di altre sostanze. Si tratta a quel punto di fare una normale valutazione di impatto ambientale per quanto concerne l'ambiente


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e di rischio per la salute con la modalità HACCP (un sistema molto interessante da questo punto di vista, che rappresenta un'innovazione notevole e generalizzata nell'ambito dell'Unione europea). Quando si parla di rischio, mi riferirei pertanto non solo all'individuazione del DNA ma in generale ad una valutazione estesa a tutto il processo produttivo.
Al riguardo vorrei fare un'ultima considerazione. Dobbiamo pensare che non ci sono soltanto le piante geneticamente modificate, ma ci sono anche le colture start per i processi fermentativi, di cui personalmente so poco. Va monitorato anche questo. Vi saranno probabilmente batteri che verranno immessi nel terreno. Per ora, che io sappia, non ce ne sono, ma anche questo aspetto va valutato, perché quei batteri avranno probabilmente dei geni marcatori. Quali sono questi geni?
Voglio infine richiamare la vostra attenzione su un ultimo punto. Vorrei sottolineare l'esistenza di un rischio da armi biologiche. Armi biologiche realizzate con queste tecniche esistono dal 1984-1985; su di esse vi è il segreto militare. Esse indubbiamente costituiscono un rischio per la salute. Io spero ovviamente che tale rischio non si concretizzi mai, però non sarebbe male che la gente discutesse anche di questo, che si avesse cioè una visione globale dei rischi connessi alle biotecnologie e che si puntasse piuttosto all'utilizzazione delle tecniche di biologia molecolare per ottenere qualcosa di diverso dai quei due unici prodotti transgenici che sono stati finora realizzati.

PRESIDENTE. Ringrazio i nostri ospiti per le loro esposizioni che considero molto proficue, anche se in qualche passaggio sono risultate, almeno per me, un po' ostiche, stante la complessità ed il carattere tecnico dei problemi affrontati.
Do ora la parola ai colleghi, invitandoli a svolgere brevi interventi in considerazione della ristrettezza dei tempi.

FRANCESCO PAOLO LUCCHESE. Formulerò solo alcune domande che può fare l'uomo della strada, senza entrare nella complessità dei problemi evidenziati, i quali sono stati descritti in modo molto difficile: pur essendo medico, ho incontrato una certa difficoltà a capire tutti i passaggi.
Ciò che mi interessa è parlare dei diritti dei consumatori in relazione alla sicurezza degli alimenti, rispetto quindi al principio di precauzione e nel contesto della biodiversità. Esiste un'inversione di prova: non bisogna usare un prodotto e poi stabilire se sia nocivo, ma occorre prima appurare la sua eventuale dannosità prima di utilizzarlo. Questa in un certo senso è una prevenzione, come ha osservato il professor Buiatti. Ma intanto negli Stati Uniti stanno usando questi prodotti; in Europa si intende inserire sulle etichette l'indicazione relativa alla quantità di alimenti geneticamente modificati. Nel frattempo, quale consiglio diamo prima di riuscire a sapere se gli organismi geneticamente modificati sono dannosi, cioè fino a quando esiste l'inversione della prova? Si possono usare o no? Si tratta di una domanda semplice, ma in effetti i consumatori vogliono sapere se questi prodotti, inseriti assieme ad altri in una certa percentuale, possano essere consumati e che tipo di danni possano provocare all'organismo umano. Voi avete elencato una serie di pericoli (le allergie, la resistenza agli antibiotici), ma altro non sappiamo. Ripeto, nel frattempo cosa facciamo?

ANNAMARIA PROCACCI. Vi ringrazio per le considerazioni esposte, che sono di grandissimo interesse. Sono sempre dispiaciuta per i tempi così compressi a nostra disposizione, che non ci danno la possibilità di articolare come dovremmo le nostre domande. Tra l'altro, alcuni punti che avete trattato sono dirimenti, almeno per quanto mi riguarda, e non è possibile affrontarli adeguatamente in pochissimi minuti. Tenterò di farlo in maniera estremamente sintetica e di ciò mi scuso.
La prima domanda è la seguente. Non ritenete voi che, in presenza del quadro che ci avete esposto in merito alle applicazioni


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degli OGM nell'alimentazione, noi dovremmo procedere in sede politica ad una moratoria, quindi ad un «alt» rispetto all'introduzione di OGM nell'alimentazione degli umani e dei non umani? Questa mia domanda sorge spontanea non soltanto perché sono particolarmente convinta della pericolosità di quanto sta avvenendo, ma anche perché il discorso è decisamente aperto in sede europea ed i ministri dell'ambiente dei quindici lo scorso anno avevano avanzato questa proposta.
Vi rivolgo un secondo interrogativo. Siamo in grado oggi di organizzare una letteratura scientifica sugli aspetti degli allergeni dovuti all'introduzione nella nostra alimentazione di OGM? Ho avuto occasione più volte di leggere studi frammentari condotti in diversi paesi europei e mi chiedo se anche in Italia non sia giunto il momento (visto che quantitativamente credo saremmo in grado di farlo) di avviare uno studio del genere soprattutto, ahimè, dopo il dato prodotto dal professor Tamino relativamente al Veneto, con il 7 per cento...

GIANNI TAMINO, Professore del dipartimento di biologia dell'Università di Padova e componente del Comitato nazionale per la sicurezza e le biotecnologie istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri. Il 7 per cento del campione, dove si trovano contaminazioni dello 0,3-1 per cento.

ANNAMARIA PROCACCI. Ritenete possibile avviare un'analisi epidemiologica in proposito?
Il terzo quesito è in realtà una mia lapidaria risposta in merito al progetto nazionale sulle biotecnologie. Sono sempre stata convinta della necessità di distinguere il fenomeno delle manipolazioni genetiche a fini terapeutici (quindi per la tutela della salute) da quello che riguarda gli OGM nell'agricoltura e nell'alimentazione. Naturalmente occorrono delle condizioni: anche quando siamo estremamente disponibili alla ricerca nel campo della salute, tuttavia, almeno per quanto riguarda la mia posizione, poniamo dei punti fermi, quali ad esempio la contrarietà agli xenotrapianti e la contrarietà ad interventi che modifichino la linea germinale di noi umani. Mi rendo conto che questa non è una vera risposta, essendo una considerazione estremamente sintetica. Per quanto riguarda l'agricoltura, mi sembra che il lavoro avviato presso il ministero risulti assai più ragionevole rispetto a quella che è stata finora la gestione del problema delle manipolazioni genetiche in agricoltura.
Non avendo altre domande da formulare, esprimo un'ultima considerazione. Credo che ai costi ambientali e sanitari emersi finora dovremmo aggiungere altri costi, quelli sociali dovuti alla politica dei brevetti, in modo particolare nei paesi del sud del mondo. Il tema è da noi scarsamente affrontato, mentre invece io avrei desiderio di parlare molto di più dei brevetti, del loro impatto sulle popolazioni che detengono il patrimonio di biodiversità e che sono oggetto di una forma di neocolonialismo vero e proprio anche per quanto riguarda i brevetti applicati alla ricerca nel mondo occidentale, i quali spesso si prefigurano come brevetti di sbarramento. Purtroppo mi rammarico vivamente che non ci sia il tempo di fare una discussione in proposito; però quantomeno il fatto che il Presidente Clinton e Tony Blair ne abbiano parlato qualche tempo fa ci ha dato il termometro della presenza di un grosso problema.

TIZIANA VALPIANA. Ringrazio i nostri ospiti per questa audizione estremamente interessante, anche se anch'io, come il presidente, devo ammettere che alcuni passaggi sono stati piuttosto oscuri o incomprensibili, per incompetenza personale. Penso che avendo noi un compito politico e voi un compito tecnico, dobbiamo cercare di integrarci per quanto possibile. Vi rivolgerò quindi una domanda di tipo politico.
Credo che, almeno dal nostro punto di vista, il problema sia di sostanza democratica. Ai fini della tutela della salute, che è uno dei primi diritti del cittadino (e


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all'interno della salute sappiamo quanta importanza abbiano da una parte l'alimentazione e dall'altra l'ambiente), ogni persona dovrebbe essere messa in grado di sapere che cosa mangia e che cosa respira e di poter scegliere ciò di cui si alimenta attraverso un'etichettatura o comunque la rintracciabilità (ma, come avete detto voi, lungo tutta la filiera e non solo nel prodotto finito). Vi chiedo se avrebbe senso una legislazione molto restrittiva in un solo paese o se di fatto, come io ritengo, questo discorso sia sottratto alla democrazia e alla dimensione nazionale. Mi sembra che esso sia sottratto anche al controllo democratico degli organismi di tipo elettivo; siamo cioè di fronte a scelte politiche di fondo operate da organismi che non rispondono all'elettorato, da una parte, e che perseguono interessi privati, dall'altra, o da organismi come l'Organizzazione mondiale del commercio, che mi sembra abbia operato una scelta molto diversa dal principio di precauzione. Da questo punto di vista (capisco che la domanda è complessa e riguarda i massimi sistemi), di quali strumenti politici disponiamo per arginare o per tenere sotto controllo questo tipo di meccanismi, e quindi per poter fornire non dico delle garanzie (perché ormai siamo tutti consapevoli di essere delle cavie, particolarmente chi come me abita in Veneto, è vegetariano e quindi vive di mais e di soia: una tragedia personale!), ma delle contromisure anche parziali dal punto di vista politico? Oppure ci scoraggiate del tutto su questa possibilità?

SALVATORE GIACALONE. Ringrazio i nostri illustri ospiti per l'esposizione brillante, interessantissima e di notevole spessore culturale, che avrebbe meritato maggiore spazio e partecipazione da parte dei commissari, o forse un simposio ad hoc.
Facendo riferimento solo all'ultimo intervento, che conteneva qualche considerazione di ordine più squisitamente politico e più immediata, domando se l'intenzione fosse quella di considerare gli OGM in agricoltura non più come prodotti agricoli ma come prodotti industriali, e di considerare il criterio di precauzione con l'inversione della prova ed il sistema dell'HACCP come elementi che consentono di compiere questo salto categoriale e culturale, cioè il passaggio da un approccio di tipo agricolo ad uno di tipo industriale. Mi riferisco all'ipotesi di servirsi di questi come di elementi che si sono consolidati anche in altre realtà industriali, peraltro condivisi sul terreno europeo, e che ci consentono quindi un più efficace controllo. Chiedo solo una conferma in proposito.

ROCCO CACCAVARI. Ringrazio anch'io gli intervenuti, mentre non mi rammarico del fatto che non vi sia più tempo perché questo dipende da noi, non dai nostri ospiti; dobbiamo essere concreti da questo punto di vista. Rivolgo quindi un appello affinché si ritorni sull'argomento, dal momento che - immagino - nel futuro dovremo occuparci maggiormente di questi temi.
Esiste certamente la necessità di approfondire alcuni aspetti, ma la domanda che mi interessa porre, anche se non risponde a tutte le mie curiosità ed esigenze, mi aiuta ad entrare in un'ottica, per così dire, «fuori dalle responsabilità ma dentro al problema» che mi consente di capire di più.
Culturalmente siamo orientati a cercare sempre la migliore terapia per curare una malattia. Credo che la manipolazione genetica su un organismo nel campo alimentare sia simile in definitiva alla ricerca di un farmaco per il mantenimento della salute. Da questo punto di vista, ritengo che questo obiettivo non sia da mettere da parte con l'idea di un possibile danno; bisogna invece fare di tutto affinché la manipolazione non faccia male in quanto l'obiettivo deve essere perseguito. In altri termini, considero la modificazione genetica di tutto ciò che entra nel ciclo biologico, con l'intento di assicurare alla materia vivente la migliore resa, una strada da percorrere.
La mia domanda è la seguente: all'orizzonte, sulla base delle nostre conoscenze, è possibile prevedere una modificazione


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della ricerca volta non solo a migliorare la resa, la qualità dei prodotti alimentari, ma anche il contenuto sotto il profilo terapeutico al fine di assicurare una buona salute? Possiamo immaginare prodotti che ci facciano star bene o si deve ritenere che le modificazioni genetiche o altro tipo di ricerca in qualche modo mettano in crisi il sistema naturale del nostro organismo?

GIUSEPPE ROTILIO, Componente del Consiglio direttivo del CNR di Roma. Riprenderò le domande cui mi sento di rispondere.
Quella da ultimo posta mi sembra particolarmente importante, pur non incidendo sul problema generale, perché, come avevo accennato, sono in fase di sperimentazione, soprattutto per le popolazioni del sud-est asiatico, qualità di riso arricchito transgeneticamente di vitamine, trasportatori del ferro e via dicendo. Questi alimenti in qualche modo integrati dal punto di vista nutrizionale vengono chiamati i nuovi alimenti e già, a mio avviso, questa parola induce perplessità, come se dovessimo andare verso le pillole proposte nei film di fantascienza. Al contrario, grazie all'ingegneria genetica, si ha proprio l'alimento rinforzato. È quindi vero quello cui accennava l'onorevole Caccavari; si sta effettuando della ricerca in questo senso e si sta passando alla fase applicativa in determinate aree del mondo. La sua attesa è in qualche modo soddisfatta, ma il problema generale rimane perché tutte le questioni di cui abbiamo prima parlato - il trasferimento orizzontale dei geni, la resistenza - restano invariate.
Vorrei riprendere un argomento già trattato rapidamente dai colleghi che forse i commissari non hanno interamente colto. Penso che la vera risposta consista nella genomica, parola tecnica che indica una nuova branca della scienza, la quale ci fa capire che cosa può accadere alterando un gene. Ho ripetuto questo concetto come membro italiano del Comitato per i programmi scientifici europei su salute e alimentazione: vedo molto bene questi nuovi studi riguardanti la risposta totale del gene a determinati stimoli (di una pianta, di una cellula in coltura, sempre in laboratori protetti), perché solo in questo modo potremo vedere un futuro sicuro nel rafforzare nutrizionalmente le piante.
Naturalmente, come presidente pro tempore dell'Istituto nazionale della nutrizione, vorrei ricordare che ha cambiato il nome (INRAN) e la missione. Questo è un altro elemento chiave nella politica del Ministero delle politiche agricole.
Dobbiamo effettivamente difendere la varietà e le potenzialità benefiche della dieta naturale, specialmente di quella italiana. Purtroppo sento già avanzare dai produttori una richiesta di sviluppare le biotecnologie per migliorare i prodotti di nicchia; mi sembra una contraddizione in termini, perché il prodotto di nicchia è tale perché realizzato secondo una procedura stabilita, va mantenuto come tale. Bisogna stare attenti a simili confusioni anche a livello di una commercializzazione più efficiente rispetto a quello che si valorizza proprio per non avere manipolazioni di questo tipo.
Quello della restrizione in un unico paese è un problema grave. Non essendoci negli Stati Uniti e in Cina limitazioni simili a quelle cui noi siamo sottoposti, siamo infatti esposti a questo tipo di rischio, ma la presenza di un'Unione europea fortemente orientata alle moratorie ci permetterà di affrontare un futuro di ricerca in tranquillità. Ripeto: questa deve riguardare soprattutto il campo della genomica.
Conosco le idee dell'onorevole Procacci e le rispetto; naturalmente è stata la più diffusa nel sottolineare l'esigenza di una moratoria. Come ricercatore affido a voi il compito di una valutazione di questo tipo; devo dire che la moratoria alle applicazioni sul campo delle piante transgeniche può essere anche fatta, perché probabilmente dobbiamo trovare un nuovo modello sperimentale. Penso che anche i ricercatori non sarebbero contrari a limitare l'applicazione indiscriminata, come è avvenuto in questi ultimi dieci anni in cui


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le multinazionali non sono state spinte a controlli più efficaci, anche se è noto che il progresso in un dato campo può favorire, magari inaspettatamente, un grande progresso per la salute umana. Se comunque l'orientamento del mondo occidentale è quello di controllare e pianificare la ricerca in determinati campi - una pianificazione è difficile essendo questa ricerca fatta di scoperte spesso casuali dovute all'attenzione e alla particolare acutezza del ricercatore - in questo caso ben venga.
In merito ad una banca dati di letteratura scientifica sull'argomento, vorrei proporre il nuovo Istituto della nutrizione (INRAN). Vi abbiamo già accennato nel corso di contatti avuti con il precedente Governo, che si possono rinsaldare con l'attuale compagine governativa; questi compiti possono essere previsti, poiché siamo in presenza di una struttura adeguata, anche considerato l'ente poderoso che nascerà dalla fusione dei 23 istituti. Una simile iniziativa è certamente da condividere; vi è da domandarsi come ancora non si sia provveduto sistematicamente in tal senso.
L'onorevole Lucchese chiedeva informazioni sul reale pericolo per la salute umana; abbiamo già detto che fino ad ora non si dispone di dati, ma ci sono le premesse di un rischio a lungo termine.

FEDERICO COZZOLINO, Coordinatore di un sottoprogetto del progetto finalizzato biotecnologie e biostrumentazione del CNR di Roma. Vorrei rispondere alla domanda posta dall'onorevole Procacci sul problema delle allergie, dalla quale come medico ed immunologo mi sento coinvolto.
È assolutamente opportuno e doveroso raccogliere la letteratura su questo argomento anche perché molto spesso vi è scarsa chiarezza.
Vorrei riportare brevemente lo stato attuale delle conoscenze che la scienza immunologica detiene su questo problema. Le allergie non insorgono per la comparsa di un determinato composto nell'ambiente, preesistono allo stesso; semmai in soggetti allergici si scatenano le reazioni ai composti.
Questo naturalmente implica che, per esempio, chi mangia cereali arricchiti con proteine di noce, pur seguendo tutti gli accorgimenti immaginabili, può trovarsi ad avere un attacco allergico assolutamente inaspettato. Questo esempio sottolinea l'assoluta, totale necessità che il consumatore sia informato su quello che sta mangiando anche in piccolissime quantità, perché il sistema immunitario certamente è in grado di reagire a quantità estremamente piccole. Sotto questo punto di vista il problema deve essere senz'altro affrontato.
Per quanto riguarda la moratoria sono perfettamente d'accordo con quanto detto dal professor Rotilio; una moratoria come quella adottata dal Governo inglese è da considerare altamente ragionevole.

ARTURO FALASCHI, Componente del Consiglio direttivo del CNR di Roma. Prima che l'onorevole Procacci si allontani, vorrei dirle, rispondendo ad una domanda sulla letteratura scientifica, che, come risulta dal materiale consegnato alla Commissione, il nostro centro dal 1997 ha attivato una unità di biosicurezza la quale ha aperto un website, dove è raccolta con un aggiornamento continuo tutta la sperimentazione sugli organismi geneticamente modificati, sui rischi possibili o probabili, compresa la parte riguardante la salute.
Gli onorevoli Procacci e Lucchese avevano posto una domanda sulla pericolosità del cibo attuale e su un'eventuale moratoria. Il cibo attuale è sperimentato su una larga quantità della popolazione da dieci anni a questa parte senza grave evidenza di pericoli, ma le cose destinate a svilupparsi nel futuro sono di difficile previsione. Ci vorrà quindi prudenza prima di ammetterlo.
Al riguardo, mi riallaccio a quanto detto dall'onorevole Giacalone, che è cioè fondamentale considerare questi prodotti, come diceva il professor Buiatti, come prodotti industriali, che in quanto tali hanno dunque bisogno di tutto il necessario


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controllo sia durante la produzione sia a livello di prodotto finale.
Sulla moratoria hanno già risposto i miei colleghi. Bisogna ovviamente distinguere tra la moratoria nel campo e la moratoria nella sperimentazione. Mentre la moratoria nell'ambito della diffusione nel campo è ragionevole, la sperimentazione deve andare avanti ed è anzi molto importante. Ugualmente importante è che si assicuri l'etichettatura del cibo, l'analisi della filiera ad ogni passaggio, la trasparenza di tutti i meccanismi necessari (di valutazione, di autorizzazione e così via), la trasparenza della ricerca e della sperimentazione: tutto deve essere il più possibile trasparente, compresa ovviamente l'etichettatura.
L'onorevole Procacci ha parlato della questione dei brevetti e del peso che essi possono avere nei paesi più poveri. È un discorso molto serio. La concessione di brevetti può comportare due effetti negativi per i paesi in questione: innanzitutto, lo sfruttamento della biodiversità locale; in secondo luogo, l'imposizione di tecnologie proprietarie che finirebbero praticamente con il colonizzare il paese. Per quanto riguarda il primo punto, vi è attualmente una convenzione internazionale - che speriamo venga rispettata - per cui nessuno, senza un accordo preciso con il governo locale che garantisca che vi sia un beneficio anche per la comunità scientifica ed in generale per la comunità di quel dato paese, può andare in uno Stato a prelevare campioni per poi utilizzarli. Naturalmente, le convenzioni vanno poi applicate, e questo è un altro discorso.
Per quanto concerne il secondo punto, cioè l'aspetto della proprietà, siamo in presenza di un problema molto serio e molto grave, anche perché, dopo che nell'ambito dell'Organizzazione mondiale per il commercio è stato raggiunto l'accordo sulla proprietà intellettuale, vi è ancora un periodo di grazia - come viene definito -, fino al 2003 o al 2004, a seconda dello Stato, in cui i paesi interessati non saranno ancora tenuti a rispettare i brevetti occidentali, ma tra un po' ciò non sarà più possibile. A questo punto è allora fondamentale assicurare che quei paesi abbiano le competenze per realizzare la loro ricerca, i loro prodotti, le loro tecnologie. Un centro come il nostro cerca appunto di formare gente dei paesi più poveri, in modo che sappiano utilizzare le tecnologie a vantaggio della loro nazione.
Per quanto concerne la legislazione, ha già parlato il professor Rotilio. Questo è un settore che tipicamente non conosce frontiere e in cui è molto difficile farle rispettare. L'appello è allora a lavorare almeno a livello europeo. A livello europeo c'è la possibilità di un intervento che sia legittimato dai procedimenti democratici. Io penso sia questa la scala su cui bisogna agire, il che non impedisce poi di agire anche a livello delle organizzazioni mondiali che si occupano in diverse forme di questo aspetto.
L'onorevole Caccavari ha chiesto se queste tecnologie non si possano rendere ancora più utili per la salute. In proposito ha già in parte risposto il professor Rotilio. Vorrei ricordare che c'è anche un altro modo di utilizzare le piante transgeniche, facendogli cioè produrre dei farmaci (in questo caso, ovviamente, le piante in questione non verrebbero utilizzate nell'agricoltura). È stata anche avanzata la proposta di introdurre in piante vaccini che devono essere somministrati a tutti per via orale: una volta introdotti nell'alimentazione, la somministrazione generalizzata degli stessi sarebbe molto più semplice che non tramite i normali processi di vaccinazione. Finora si tratta solo di una proposta, non credo che sia stata mai applicata fino ad oggi. È un aspetto che si deve prendere in considerazione. In ogni caso, ai fini della produzione di farmaci, le biotecnologie vegetali sembrano interessanti anche se ancora oggi, che io sappia, non esiste nessun prodotto commerciale realizzato per questa via; probabilmente, le tecnologie non sono ancora così efficienti.
Per quanto concerne il cibo arricchito o rinforzato, di cui parlava il collega Rotilio, non ho altro da aggiungere: già lo


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si fa e c'è da aspettarsi che al riguardo vi siano proposte ulteriori in futuro, con tutti i problemi che già sono stati esposti.

LEONARDO SANTI, Presidente del Centro biotecnologie avanzate di Genova e del Comitato nazionale per la sicurezza e le biotecnologie istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri. Sarò telegrafico. Vorrei rispondere all'onorevole Procacci e all'onorevole Valpiana. Sulla moratoria ritengo necessario essere più precisi, perché il termine «moratoria» è generico e non vorrei lo si riferisse a situazioni che non sono concrete. Moratoria significa in realtà mettere in atto il principio di precauzione, con tutte le necessarie autorizzazioni, che vanno quindi valutate fino in fondo. Questa è una vera moratoria. Non si può parlare di una moratoria generica sull'intero settore; se ne può parlare solo quando si affronta un caso in concreto e si esaminano le risposte scientificamente valide, che vanno poi sottoposte alla valutazione politica. Questa è la mia personale opinione sulla moratoria.
L'altra questione sollevata riguardava la possibilità di rimettere le decisioni in materia ad organismi democratici. Ebbene, gli organismi democratici, a mio avviso, devono svolgere una funzione propositiva, decisionale. Il fatto che manchi un piano sulle biotecnologie - come ho detto all'inizio - equivale ad una rinuncia da parte degli organismi democratici a decidere in questo settore. Si faccia allora questo progetto, che vuol dire scelte programmate sulla base di dati concreti, e in tal modo riportiamo allora la discussione, che adesso avviene fondamentalmente tra ricercatori, industrie e movimenti di opinione, nella sede naturale, che è quella del Governo e del Parlamento. Questa è la mia ipotesi, perché altrimenti si rischia di agire in modo scoordinato. È vero che c'è il progetto del Ministero delle politiche agricole e che ce n'è un altro della ricerca, ma in passato abbiamo assistito, per esempio, al finanziamento della ricerca per un determinato prodotto che poi non è stato autorizzato da altri ministeri. Questo è il rischio cui si va incontro quando non si ha un progetto unitario. Va bene quindi dare spazio agli aspetti settoriali, ma questi vanno poi unificati in una visione di insieme.
Non intendo affrontare altri argomenti. Voglio soltanto sfatare un'affermazione che ricorre spesso negli ultimi tempi. Si fa sovente riferimento al gesto così altamente altruistico di Clinton e Blair, che in realtà tale non è: è un gesto protezionistico a vantaggio dell'industria americana. Si enfatizza quindi quello che è stato soltanto un gesto di protezione industriale ben preciso per sottrarsi alla monopolizzazione ad opera di una sola industria quale quella della Celera.

GIANNI TAMINO, Professore del dipartimento di biologia dell'università di Padova e componente del Comitato nazionale per la sicurezza e le biotecnologie istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri. Risponderò in modo schematico. L'onorevole Lucchese ha posto la questione dei danni. Vorrei ribadire che in questa fase noi parliamo di rischi, perché vorremmo evitare di avere a che fare con i danni. Tutte le cose che abbiamo detto, pertanto, si riferiscono soprattutto ai rischi. Qualora i danni fossero già accertati, avremmo già motivi sufficienti per dire di no.
Per quanto riguarda comunque il discorso dei rischi, bisogna considerarne altri due, che sono però collegati a quelli già ricordati. Prima parlavo dell'instabilità genetica. Ebbene, può succedere, per analogia con altri fenomeni, che l'inserimento dei geni alteri - come già è stato detto - l'espressione di geni preesistenti. In quel caso vi potrebbe essere il rischio, per esempio, che le piante interessate producano determinate sostanze in quantità maggiori o in zone non dovute. Questo è un problema che secondo alcuni già si sarebbe verificato. Penso alla famosa e discussa questione Pusztai, con il gene prelevato dal bucaneve e immesso nella


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patata. È un argomento molto discusso. A prescindere comunque dall'esperienza di Pusztai, il problema che teoricamente dovremmo porci è se si possano ottenere dei prodotti con alterata espressività.
Dobbiamo poi prendere in considerazione un altro rischio, sempre dal punto di vista della precauzione. Cosa succede a dar da mangiare agli animali mangimi di origine transgenica e a mangiare poi i prodotti di quegli animali? Alcuni effetti che magari non si verificherebbero direttamente nell'uomo possono appunto verificarsi negli animali, con la conseguenza che gli animali in questione potrebbero dare origine a prodotti che non conosciamo. Il rischio è del tutto teorico, ma va affrontato.
Per quanto concerne la moratoria, la questione è già stata trattata dai miei colleghi. Il problema della moratoria riguarda un po' il futuro, nel senso di cosa fare in prospettiva, e di questo si è già parlato. Al riguardo vorrei però richiamare nuovamente lo studio della Mae-Wan Ho. Nella parte finale si dice che, come metodo cautelativo, dovremmo ritirare dal commercio i prodotti in questione e non produrli in campo aperto, neanche per scopi sperimentali (cioè: sperimentazione sì, ma attenzione al campo aperto; ciò vuol dire, quanto meno, che in campo aperto non vi devono essere rischi di contaminazioni o cose del genere). Questo pone un problema: cosa facciamo soprattutto della soia e del mais che già abbiamo? Il vero nodo, infatti, non è tanto una moratoria rispetto a prospettive future (problema che stiamo in qualche modo affrontando con dibattiti e così via), quanto piuttosto quali interventi sono possibili rispetto alla soia e al mais che oggi sono già in commercio. E l'unico intervento che finora, nel rispetto delle norme, sembra emergere è il diritto all'informazione, che per il momento non c'è. Qui ci si riallaccia al discorso del controllo della filiera e dell'etichettatura.
Condivido la questione dei costi sociali dei brevetti. Per me quello è un problema gravissimo che è attualmente all'esame di un'altra Commissione (ma credo che in questa sede sia stato espresso un parere).
Per quanto riguarda invece le questioni poste dall'onorevole Valpiana, e in particolare la questione delle garanzie democratiche, che poi è collegata al discorso dell'etichettatura, devo purtroppo ricordare che, nell'ambito degli accordi internazionali, per quanto concerne i problemi che riguardano in generale i prodotti transgenici, noi siamo soggetti a normative europee e a un sistema di norme internazionali. Il vero problema della democrazia è che le norme europee, che sono quelle che noi vogliamo migliorare e sulle quali possiamo agire, sono spesso contrastanti con le norme internazionali di ambito più vasto. Il conflitto già richiamato dal professor Santi tra l'Europa e gli Stati Uniti in realtà è un conflitto tra quella che è l'interpretazione del principio di precauzione da parte degli europei e l'interpretazione delle norme dell'Organizzazione mondiale del commercio, che non riconoscono il principio di precauzione e che lo considerano anzi un ostacolo alla libera circolazione delle merci. Occorre quindi rafforzare la normativa europea tenendo però conto che vi sono norme internazionali contrastanti, rispetto alle quali la questione dovrà essere affrontata in maniera diversa.

MARCELLO BUIATTI, Professore del dipartimento di biologia animale e genetica dell'università di Firenze. Ritorno sul concetto di prodotto industriale (perché mi è stata posta una domanda al riguardo) ampliando un po' il discorso. A me sembra che dal fatto che sia l'industria e non l'agricoltura a produrre questi prodotti derivi un cambiamento di tutta la struttura dei prodotti agricoli. Negli anni '50 e negli anni '60, quando a fare la selezione e a produrre le varietà nuove erano i miglioratori genetici e le imprese sementiere, che avevano a che fare direttamente con l'agricoltura, vi erano dei centri internazionali, tuttora esistenti, deputati alla selezione di materiale migliore per il cibo per i paesi in via di sviluppo


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ed alla distribuzione di questo materiale a tali paesi. Questi centri lavoravano senza brevettare le loro varietà (perché allora non esisteva questo tipo di brevetto), varietà che hanno fatto la rivoluzione verde. I ricercatori di questi centri erano breeders, erano miglioratori genetici i quali sapevano che le piante non si possono migliorare a martellate e che bisogna invece stare molto attenti ad un miglioramento complessivo della pianta perché sia veramente utile per il cibo. L'industria chimica non ha questo tipo di mentalità ed è questa una delle ragioni dell'errore strategico di cui parlavo nel precedente intervento.
La terza questione è che in campo agricolo non vi sono concentrazioni monopolistiche del livello di quelle esistenti in campo industriale. In questo caso, si tratta di tre imprese multinazionali che hanno tutto. Ciò nonostante, sarei contento se fossero considerati prodotti industriali, se non altro perché la legislazione, le direttive di protezione brevettuale nel caso di cosiddetta innovazione biotecnologica non sono un'imitazione delle norme relative al brevetto industriale, sono nettamente diverse. Spiego rapidamente le ragioni. L'articolo 8 della direttiva CEE n. 44 del 1998 sulla brevettazione prevede che è sufficiente scoprire la sequenza per brevettare un gene; se lo si isola e se ne fa una sequenza, lo si brevetta come una scoperta per qualsiasi altro settore, ma per le biotecnologie diventa un'invenzione, quindi brevettabile. Il materiale che è soltanto sequenziale dovrebbe essere una scoperta, quindi non brevettabile; lo è per tutti i brevetti industriali veri, non lo è in questo caso. Il brevetto è automaticamente di sbarramento, perché l'articolo 8 stabilisce che qualora si brevetti questo gene, automaticamente sono coperti da brevetto nei successivi venti anni e per la durata del brevetto tutti i materiali in cui quel gene si può ritrovare o in cui si possono ritrovare le proteine che il gene fa. Ciò significa che se io brevetto un gene e lo metto in una pianta di grano, tutto il grano che ne deriva è sotto il mio brevetto. Pertanto, i contadini devono pagare per il materiale da riproduzione ed in teoria anche il pane è brevettato se in esso è contenuto il gene.
Questa è un'aberrazione giuridica in termini di diritto industriale, che esiste soltanto per l'innovazione biotecnologica e non compare in nessun altro settore; infatti, se qualcuno brevetta un volante, dà la concessione alla FIAT, riceve molti soldi ma ha finito, non continua a ricavare somme per venti anni. Questo comporta un aumento della concentrazione, aumento che rappresenta il pericolo maggiore per la biodiversità. Il pericolo non è rappresentato solo dal fatto che i geni si spargono, si alterano gli ecosistemi, ma anche dal fatto che se ci sarà un prodotto buono nel mondo lo si coltiverà tutto soltanto in una determinata zona.
All'interrogativo circa la possibilità di produrre piante che fanno bene rispondo pertanto che ciò è certamente possibile; ma quello che fa bene a me non fa bene ad altre persone: il concetto di far bene deriva dall'equilibrio interiore di ciascuno di noi. Infatti non si somministra lo stesso farmaco a tutti; le vitamine, per esempio, servono in paesi nei quali ci si nutre soltanto di riso perché lì si registrano carenze vitaminiche, mentre a noi non servono perché ne ingeriamo molte. È notissima la polemica sul fatto che tutti si ingozzano di vitamine, che finiscono per fare male, perché assumere più vitamine del dovuto non fa bene. Quello che conta è la varietà del cibo, la biodiversità, e la biodiversità sta nel sud del mondo.
Il pericolo del monopolio non è quindi rappresentato tanto dal fatto che alcuni sono cattivi e formano il monopolio, quanto dall'esistenza di un forte rischio di blocco dei prodotti agricoli su pochissime direttrici senza la valvola di sicurezza della rivoluzione verde. Nella rivoluzione verde esistevano i centri che distribuivano le varietà buone;


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ora queste non sono distribuite, anzi sono bloccate. Ciò rappresenta anche un pericolo per il nostro cibo, perché in teoria significherebbe non disporre più di quella varietà di cibi che è la fonte della nostra salute. Se abbiamo bisogno di vitamina C prendiamo una spremuta d'arancio o in alternativa, se non ci piacciono le arance, mangiamo una banana o qualche altro frutto contenente quella vitamina; se abbiamo bisogno di vitamina A mangiamo le carote. È dunque la variabilità che conta in questo mondo.

PRESIDENTE. Ringrazio vivamente i nostri ospiti per questo incontro che è stato molto interessante e dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 13.5.


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ALLEGATO

(Prospetto illustrato dal professor Federico Cozzolino)


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